Il Report del Segretario Generale sul 2° semestre 2016

A conclusione dell’anno 2016 ho il piacere di proporvi, come già avvenuto la scorsa estate, il report semestrale della Segreteria Generale CSA e FIADEL, stilato con la collaborazione dell’Ufficio Stampa. Le riflessioni su quanto accaduto sia nella vita politico-economica italiana, sia sul fronte sindacale interno, si accompagnano ad un primo lancio delle iniziative che andremo ad intraprendere nel 2017, che almeno nelle premesse sarà un anno importante come quello appena trascorso, per consolidare la nostra struttura e proiettarla verso orizzonti ancor più rilevanti ed ambiziosi.

Buona lettura e buon anno a tutti!

 

FOCUS POLITICO-ECONOMICO

 

Nel secondo semestre 2016 lo scenario politico italiano è stato dominato da due temi strettamente correlati, quali gli sviluppi della Legge Madia e la campagna referendaria sulla riforma costituzionale voluta dal decreto Boschi/Renzi. Parliamo, ovviamente, solo delle questioni apicali, perché altri importanti argomenti hanno esercitato, e continuano a farlo, una certa influenza sulla vita economica e sociale del Paese, ancor prima dei condizionamenti impressi sulla classe politica: il post-Brexit, lo schizofrenico andamento dello Spread, i burrascosi rapporti con la UE e la BCE, le sorprendenti elezioni del presidente degli Stati Uniti, il collasso di alcune banche con MPS in testa, il dilagare dei flussi immigratori e del terrorismo internazionale, fino ad arrivare al duplice dramma del terremoto nell’Italia Centrale.

Si ha quasi la sensazione che tutto sia andato a convergere – per una sorta di malefica attrazione magnetica – sulla figura di Matteo Renzi. Il monolite sul quale il premier si era accomodato, insieme ai suoi accoliti, ha subito in questi mesi una picconata dietro l’altra, fino a sgretolarsi con la pesante sconfitta subita il 4 dicembre col voto referendario. Ironia della sorte, a pochi giorni di distanza dai festeggiamenti per il raggiungimento dei 1000 giorni da premier, o per meglio dire da “uomo solo al comando”.

Non che questo abbia decretato la fine politica di Renzi, tutt’altro. Come Napoleone dopo la Battaglia di Lipsia, Renzi non ha ancora conosciuto la sua Waterloo, se mai ci sarà, né attualmente per lui si prospetta l’esilio. Anzi, stando ai sondaggi – per quanto sulla loro attendibilità sia sempre lecito dubitare – il Segretario PD non solo continua ad avere saldamente in mano il Partito, ma gode ancora di una consistente platea di seguaci. E la “luogotenenza Gentiloni” è un altro di quegli indizi forti, diciamo pure una prova, che di Renzi sentiremo parlare ancora a lungo, e non certo come figura storica.

Sembra un paradosso, ma è pura verità: da un sondaggio commissionato da La Repubblica risulta che Renzi è, al tempo stesso, il personaggio votato come il peggiore e il migliore del 2016, 30% contro 20%. Nel bene e nel male è sempre lui al centro dei riflettori.

Più del “cosa resta di lui” dobbiamo dunque parlare di ciò “che andrà avanti di lui”, sin quando non sarà poi finalmente il popolo a decidere – con una legge elettorale speriamo equa – chi dovrà mettersi al timone e chi dovrà accomodarsi nella stiva.

La risposta che possiamo dare, come Sindacato, è che vorremmo cancellare tutto con un colpo di spugna, dal Jobs Act alla Legge Madia, passando per la Legge Delrio, perché questi sono i pilastri sui quali poggia una politica fin troppo sfacciatamente orientata all’abbattimento dei diritti dei lavoratori pubblici e privati e a facilitarne l’accantonamento.

In nome di cosa, poi? Non è certo mettendo per strada milioni persone – per poi magari rimpinzarle di bonus fiscali illusori – che si rilanciano le sorti economiche della nazione. Come è stato rilevato da tutti i sondaggi, e qui possiamo certamente fidarci, ciò che regna oggi in Italia è l’incertezza, dalla quale discendono innanzitutto due cose: la diminuzione della propensione alla spesa e l’incremento della vocazione al risparmio. E se la gente non consuma, la produzione rallenta; anzi, ultimamente si stanno cogliendo alcuni segnali di stagflazione.

Ecco allora la revisione al ribasso delle stime sul PIL, che non riesce andare oltre allo “zero virgola” nonostante la recessione sia finita ormai da 3 anni, senza dimenticare poi i benefici recati dal prezzo del petrolio (fino a settembre) e dal favorevole cambio euro-dollaro (considerando l’ultimo semestre fino a novembre). Insomma, sebbene gli analisti considerino che il recente peggioramento di questi ultimi indici non andrà ad incidere più di tanto sull’andamento dell’economia internazionale, per l’Italia ogni soffio di vento contrario rischia di provocare non un semplice raffreddore ma una broncopolmonite.

Scaricare tutte le colpe sul Governo appena decaduto è un gioco facile e non certo ingiustificato. Ma bisogna andare oltre. La sfiducia generale di cui parlavamo sopra si accompagna al grave malessere che affligge le nuove generazioni, e in particolare i cosiddetti Millennials. Da un indagine pubblicata su La Repubblica, risulta non solo la dominanza di un senso di sfiducia, ma di un vero proprio scoramento e disagio esistenziale causato dalle scarse prospettive che offre il mercato del lavoro. Poi, se ci si mette il ministro del Lavoro Poletti a dire che, tanto, se i giovani se ne vanno all’estero non è un male per nessuno, allora è normale che il disagio si trasformi in rabbia.

Una rabbia che si è tradotta nel NO referendario. E che probabilmente proseguirà in una massiccia  rinuncia al voto quando mai si tornerà ad eleggere il nuovo Parlamento.

 

FIADEL e CSA contro la “postdemocrazia”

Siamo nel pieno dell’era che il sociologo Colin Couch chiama “postdemocrazia”. Un regime oligarchico, che è l’anticamera del totalitarismo o, peggio ancora della dittatura. E’ lo svuotamento delle regole democratiche nella prassi politica, sociale ed economica, che vengono tenute formalmente in piedi per non urtare la suscettibilità delle classi moderate/conservatrici (compreso il mondo cattolico). E’ il primato delle lobby – in particolare delle multinazionali col supporto dei mass media – che vanno a braccetto col potere politico mettendo in piedi una sinergia complessa, a volte inestricabile, a volte sin troppo palese, ma spesso e volentieri offuscata dai cosiddetti “quarto” e “quinto” potere (i media, per intenderci).

La postdemocrazia non l’ha inventata Renzi, sia chiaro, ma è lui che l’ha istituzionalizzata più degli altri. Lo sapevate che su 10 atti che diventano legge, 8 sono di iniziativa governativa? Vero: questa tendenza si era già riscontrata sotto i governi Monti e Letta, ma quelli erano due esecutivi atipici, il primo tecnico, il secondo di larghe intese; soluzioni di transito dove lo scontro politico si riduce al minimo. Tutt’altra cosa è stato il Governo Renzi, nominato dall’allora Presidente Napolitano senza passare per le Camere, nato col presupposto di essere un governo con tutti i crismi.

Cosa significa? Che la funzione legislativa, affidata dalla Costituzione principalmente al Parlamento, è diventata quasi appannaggio esclusivo del governo. Tutte le leggi più importanti sono ormai di iniziativa governativa, comprendendo provvedimenti economici, riforme, modifiche costituzionali e politica estera, mentre all’iniziativa parlamentare restano aspetti secondari e quasi di routine come istituzione di commissioni, monumenti e celebrazioni, ratifiche di trattati e, soprattutto, deleghe al governo. E se l’opposizione alza la voce, basta ricorrere al voto di fiducia: sotto Renzi, ben 1 provvedimento su 3 è passato con questo meccanismo!

Illudersi che la gente accetti tutto supinamente è un grave errore. Appena ha potuto – leggasi elezioni amministrative – il popolo si è “vendicato” mandando avanti il Movimento 5 Stelle, che nelle elezioni Comunali 2016 ha praticamente pareggiato, per numero di voti, il PD. E lo stesso Renzi ammise che questo non era un voto di protesta.

Ma il punto nodale, a mio avviso, è più a monte: bisogna ridare speranza al Paese abbattendo le logiche della postdemocrazia! E su questo dovremo lavorare seriamente. Non ci basta più portare avanti le battaglie “istituzionali” per le nostre categorie. Vogliamo anche cercare di svolgere una funzione sociale. E per fare questo il primo passo è stato quello di identificarci non in una semplice organizzazione sindacale, ma in movimento sindacale. Da qui, il passo ulteriore vorrei che fosse la fondazione di un vero e proprio movimento politico a difesa di tutti i lavoratori e dei giovani che ambiscono legittimamente ad entrare sul mercato del lavoro.

Avremo modo e tempo di tornare su questo argomento, che sarà la guida del nostro 2017. Ritenevo però importante farne subito cenno, perché la svolta che vorremmo dare è veramente epocale.

E’ vero che pure il mondo sindacale nel suo complesso è stato progressivamente castrato dalla politica, ma è altrettanto vero che nessuno, in questo mondo, ha cercato di reagire come si doveva. Senza trascendere nel donchisciottismo, si sarebbe perlomeno dovuto evitare di dire sempre e comunque sissignore, di andare a cercare sempre quel poco di buono può esserci in una qualsivoglia riforma, o di limitarsi a strappare quel pochissimo che si riesce in un rinnovo di contratto, per poi dire che le cose sono andate bene, stante la situazione attuale.

Con la logica del palliativo, o del contentino se preferite, non si arriva da nessuna parte. E non si creano nemmeno vaghe prospettive. Perché la gente ha imparato a ragionare con la propria testa e non è più disposta a prendere per oro colato quel che gli viene detto dal leader di turno. Il problema però è che alla gente manca un punto di riferimento, un qualcosa o un qualcuno in cui riconoscersi e a cui affiancarsi per andare oltre la pura e semplice battaglia di contrada.

In una parola, bisogna saper leggere il disagio per poi rimettere in moto la partecipazione attiva del popolo, scrollarsi di dosso l’apatia, la rassegnazione, il senso di rifiuto nei confronti della politica che oggi imperano nella nostra società. Pertanto, ci vuole un duplice impegno: da un lato quello che spetta a noi come Sindacato e futuro Movimento di progettare e mettere in campo progetti credibili e impattanti, dall’altro quello dei lavoratori, e dei non-lavoratori, di mettere a disposizione il proprio tempo, capacità e competenze per migliorare tali progetti e farli penetrare capillarmente sul territorio.

Per far sì che tutto ciò si realizzi e si consolidi, dovremo impegnarci a far prevalere il collettivismo sull’individualismo che impera nella realtà odierna. A ben vedere, la priorità che ognuno di noi tende a dare agli interessi personali rispetto a quelli collettivi è insita nella natura umana ed è per certi versi comprensibile. D’altra parte, questa tendenza porta, non di rado, a perdere di vista il principio basilare per cui il bene della collettività è anche personale, e che il raggiungimento di tale bene non può essere affidato in toto alla macchina pubblica, agli organismi di rappresentanza, alle onlus e alle associazioni di volontariato. Insomma, ognuno di noi deve mettersi in campo e darsi da fare, e non limitarsi a distribuire deleghe in bianco.

Si dice spesso che solo chi tocca il fondo può risalire. Ma è una frase fatta che non ci piace perché, alla meglio, sa di presa in giro. Abbiamo il primato del debito pubblico in Europa, siamo ai vertici della classifica dei Paesi più corrotti, viviamo in uno Stato che è più di polizia che di diritto, abbiamo salari fra i più poveri dell’area UE, il 29% delle persone vive sulla soglia della povertà, la disoccupazione giovanile è al 37% (e non ci vengano a dire che la situazione è comunque migliorata, rispetto all’annus horribilis 2012!!).

Allora, che cosa vogliamo ancora andare a raccontare alla gente? Che i segnali sono tenui ma incoraggianti? Che la Legge di Bilancio ha previsto incentivi forti agli investimenti delle aziende? Che il PIL salirà finalmente oltre l’1% (quota che sarebbe comunque ben inferiore all’1,5% previsto per l’Eurozona)? Che il Mezzogiorno è pronto alla riscossa? Oppure, chicca finale, di fonte Banca d’Italia, che “l’intonazione espansiva della politica di bilancio contribuirebbe a sostenere l’andamento dell’attività economica”, col mirabolante risultato di un +0,3% del PIL nel terzo trimestre?

Se fare informazione significa semplicemente spiattellare i numeri erogati da questo o quell’Istituto di statistica “indipendente”, da questo o quel sondaggista anch’egli “indipendente”, allora si che possiamo stare tranquilli!

Noi non ci fidiamo più di nessuno; vogliamo i fatti e fatti concreti! Ed è proprio per questo che abbiamo deciso di scendere in campo in prima persona.

Qui bisogna tornare a parlare con la gente, per le strade come nelle fabbriche, negli uffici come nei bar, nei giardini pubblici come nei mercati. Non lo fanno più i giornali e men che meno i politici, e lasciamo stare i sindacati!

E’ un lavoro faticoso, certo; dispendioso, certo; interminabile, certo. Ma questo è l’unico modo per capire esattamente le cose come stanno, per cogliere l’essenza dei piccoli e grandi disagi che la nostra società vive nel quotidiano e, perché no, cogliere idee e proposte convenienti. Noi ci candidiamo a fare questo, nel nostro piccolo e con le nostre esigue risorse. E chiunque voglia venirci dietro sarà benaccetto. A buon intenditor…

 

Il collasso del Jobs Act

Le osservazioni fatte nello scorso semestre sulle nefaste conseguenze del Jobs Act trovano drammaticamente conferma a chiusura d’anno.

Secondo quanto rileva dall’Osservatorio sul precariato dell’Inps, nel periodo gennaio-ottobre 2016 si è avuto un rallentamento delle assunzioni a tempo indeterminato. L’esaurirsi degli incentivi all’assunzione ha frenato la creazione di posti di lavoro stabili: -492.000, pari a -32% rispetto ai primi dieci mesi del 2015, anno in cui queste assunzioni potevano beneficiare dell’abbattimento integrale dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro per un periodo di tre anni. Analogamente, forte è stata anche la contrazione del flusso di trasformazioni a tempo indeterminato (-34,1%). Per quanto riguarda le assunzioni complessive dei datori di lavoro privati si ha una riduzione di 347.000 unità rispetto al corrispondente periodo del 2015 (-6,7%).

E mentre le assunzioni calano, i licenziamenti crescono: +3,4% quelli complessivi, 506.938 rispetto ai 490.039 dello stesso periodo del 2015. Una crescita che diventa boom se si guardano i licenziamenti disciplinari, passati da 47.728 a 60.817 (+27,4%), ed è forte il sospetto (per usare un eufemismo) che ciò sia collegato con l’introduzione del contratto a tutele crescenti.

Cosa dire poi della questione voucher? Spesso utilizzati per far lavorare “regolarmente”le persone in modo irregolare, nel periodo gennaio-ottobre 2016 sono stati utilizzati a iosa: ben 121,5 milioni di unitàdel valore nominale di 10 euro, destinate al pagamento delle prestazioni di lavoro accessorio, con un incremento, rispetto ai primi dieci mesi del 2015, pari al 32,3%. Gentiloni ha detto che “bisogna correggere e cambiare e lo faremo in tempi rapidi”, ma non sono un “virus che semina lavoro nero nella nostra società.” “Qualcosa di evidentemente sbagliato si è visto – ha spiegato ancora – ma non possono essere trasformati nella madre di tutti i problemi e guai del nostro mercato del lavoro”. Staremo a vedere…imparare dagli errori è un bene, se non si ripeteranno più.

La morale è che la sensibile crescita dell’occupazione nel 2015 è stata del tutto effimera; una mossa di propaganda da parte del Governo che poi, non potendo più sostenere i costi dell’operazione, ha dovuto ridurre gli incentivi. Di conseguenza, le aziende non hanno trovato più convenienza a stipulare contratti a tempo indeterminato e la “bolla” si è sgonfiata.

Non si può negare – per correttezza di esposizione – che a incidere negativamente sulle assunzioni sia stata anche la crescente incertezza sui fronti della politica interna e del commercio internazionale. Ma è sin troppo evidente che senza un progetto organico di sostegno alle imprese non si va lontano. Speriamo che l’ultima eredità lasciataci dal Governo Renzi, il Piano Industria 4.0, possa davvero segnare un’inversione di rotta…

Prima di verificarne gli effetti, c’è un passaggio determinate per il Jobs Act: l’11 gennaio la Corte costituzionale si esprimerà sull’ammissibilità dei tre quesiti per la sua abrogazione presentati dalla Cgil:  la cancellazione del lavoro accessorio (voucher); la reintroduzione della piena responsabilità solidale in tema di appalti; tutela reintegratoria nel posto di lavoro in caso di licenziamento illegittimo per tutte le aziende al disopra dei cinque dipendenti (articolo 18 statuto lavoratori).

 

Il tracollo della Riforma Madia

Nel pieno dell’estate abbiamo assistito ad una raffica di decreti di attuazione della Legge Delega Madia, che sotto l’ombrello della “riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche” reca norme concernenti i temi più diversi, evidenziando un’organicità solo formale. Tutto è filato via più o meno liscio sino a quando il Consiglio di Stato, competente in materia, non ci ha messo sopra la fatidica matita rossa.

Pensiamo ad esempio al “riordino” delle partecipate, che si traduce nella loro e riduzione (sulla base del principio della “stretta necessarietà”), al fine di ricondurle nell’alveo strettamente pubblicistico, senza però prevedere adeguate regole per contenere gli abusi nell’impiego di queste figure. In pratica, al Governo è stata riservata libertà di scelta su chi tagliare e chi salvare.

I giudici di Palazzo Spada, nel dare il via libera al decreto legislativo Madia sulle società partecipate, lo ha pesantemente criticato in quanto troppo lacunoso e troppo arbitrario nelle regole atte a stabilire quali aziende mantenere fra le 8000 controllate dallo Stato o dagli enti locali. Non solo, manca una struttura competente specifica per dare attuazione ai tagli. Punto sul quale è poi intervenuta la Madia in persona, affermando che sarebbe stata istituita una commissione ministeriale (che indipendente certo non è!).

Entro febbraio del 2017 tutte le società che in qualche modo hanno a che fare col pubblico dovranno stilare l’elenco degli esuberi, cioè presentare in breve tempo un piano licenziamenti. Una sorta di manovra “Fornero bis”, visto che la neonata “Agenzia nazionale del lavoro” vigila perché i licenziati non vengano riassorbiti in aziende in qualche modo ricollegabili al pubblico; infatti le assunzioni nella Pubblica amministrazione sono bloccate fino al 30 giugno del 2018.

Due parole anche per il nuovo Codice dell’Amministrazione Digitale, che il Consiglio ritiene in contrasto con “la normativa europea e quella costituzionale, quale ad esempio quella concernente la libera concorrenza e quella relativa alla libertà di mercato”, bissando la decisione del Tar che ha dichiarato illegittimo l’art.10 del decreto sugli “identity provider” ritenendolo discriminatorio nei confronti delle piccole società. Insomma, anche su questo versante la Madia voleva fare selezione in maniera drastica, sulla base del principio (o per meglio dire del disvalore) per cui la capacità economica è strettamente correlata alla capacità professionale.

Cosa dire poi, del decreto sulla dirigenza pubblica, sul quale (quando era ancora in fase di bozza) il Consiglio di Stato è andato giù pesante? Una riforma scriteriata, a cominciare dal fatto che non può certo essere realizzata a costo zero, come è scritto nel testo.

Per i 35mila manager pubblici interessati dalla riforma (sono esclusi i dirigenti scolastici e quelli sanitari) si prospettano novità tutt’altro che positive: l’abolizione della suddivisione tra dirigenti di prima e seconda fascia, la cancellazione della figura dei segretari comunali, l’eliminazione dell’idoneità come risultato del concorso.

Tra i punti contestati dal Consiglio di Stato vi è la limitazione della durata dell’incarico: la riforma prevede che i dirigenti pubblici possano avere lo stesso incarico per un periodo massimo di 4 anni, rinnovabile di altri 2, alla scadenza dei quali l’amministrazione sarebbe obbligata a mettere a bando la loro posizione.

“La riforma – altra chiosa dei giudici – è priva, per previsione della legge delega, di nuovi sistemi di valutazione della dirigenza“. Cosa che “rischia di compromettere la funzionalità dell’intero impianto, nonché dei principi per la fissazione degli obiettivi da parte dell’autorità politica”, visto che “senza la concomitante adozione di norme sugli obiettivi e sulla valutazione è impossibile che gli altri aspetti della riforma della dirigenza possano coerentemente funzionare”.

Unulteriore punto controverso della riforma è che, pur continuando ad essere previsto per il dirigente pubblico il rapporto di lavoro a tempo indeterminato, il datore di lavoro diventerà l’amministrazione che impiega il dirigente e non più quella che aveva organizzato il concorso in cui era stato selezionato. In tal modo, il Governo potrà mettere le mani sulle amministrazioni e inserire nei posti chiave dirigenti graditi. Non solo, con la conferma del 30% per gli enti locali e del 10% per le amministrazioni centrali di copertura delle posizioni dirigenziali mediante la chiamata diretta, ossia senza concorso, i vertici politici delle PA possono utilizzare queste riserve per nominare dirigenti persone a loro vicine, e porle gerarchicamente sopra ai dirigenti che hanno vinto un concorso. E anche su questo il Consiglio di Stato ha avuto da ridire: non è ragionevole prevedere una riserva di posti a soggetti esterni, senza prima verificare la presenza delle professionalità richieste nell’ambito dei dirigenti esistenti.

Altra “chicca”, la cancellazione della figura del segretario comunale, che finora, anche se scelto dai sindaci, costituiva un rappresentante del ministero dell’Interno, che consigliava i procedimenti più legittimi, assistendo i sindaci nelle loro decisioni ed evitando loro rischi di finire davanti alla magistratura.

In definitiva, hanno sentenziato a Palazzo Spada, “occorrono rilevanti modifiche al decreto per un miglior risultato sul merito, efficienza e responsabilità dei dirigenti”, chiedendo altresì“di valutare possibili correttivi alla norma primaria di delega”

Arriviamo così al fatidico 25 novembre, giorno in cui la Corte Costituzionale ha espresso il suo parere sulla Legge Madia in seguito a un ricorso del Veneto, secondo il quale essa violava alcune norme costituzionali che regolano il rapporto tra Stato e Regioni.

La Suprema Corte ha dato ragione ai ricorrenti, in quanto alcuni articoli della riforma, toccando materie di competenza concorrente, avrebbero richiesto un accordo con le Regioni invece di un semplice parere. Vi è stata, dunque un’intromissione indebita dello stato in alcune materie che sono di competenza regionale e sulle quali le regioni avrebbero dovuto avere più voce in capitolo. In particolare la Corte ha bocciato la parte della legge che riguardava i dirigenti regionali, stabilendo una serie di procedure unificate per la loro nomina, le loro responsabilità e retribuzioni, altre disposizioni generali sul lavoro presso la pubblica amministrazione e sulle partecipazioni azionarie nei servizi pubblici (le famose “municipalizzate”, come le aziende che si occupano di rifiuti e trasporto pubblico).

L’isterica reazione di Renzi alla sentenza – ha parlato di “cavilli legulei, impicci burocratici, sottigliezze irrilevanti”, ecc. – fa capire quanto egli confidasse nel Si alla riforma costituzionale per bypassare il tutto e quanto invece sia stato punto nel vivo dalla Corte Costituzionale che, in pratica, ha reso traballante tutto l’impianto della legge delega e a svariati dei suoi decreti delegati, per non dire tutti.

In particolare, riprendendo la nota ANCI, la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità  dinorme  di  delega  relativamente a:

  1. Dirigenza pubblica – Lo schema definitivo di decreto attuativo  era stato approvato nel CDM del 24 novembre u.s., ed è stato ritirato dopo la sentenza della Corte. Il termine per l’esercizio della delega è scaduto il 27 novembre u.s. La delega è stata parzialmente attuata solo per la dirigenza sanitaria, D.Lgs. n. 171/2016, in vigore;
  2. Servizi pubblici locali – Lo schema definitivo di decreto attuativo era stato approvato nel CDM del 24 novembre u.s., ed è stato ritirato dopo la sentenza della Corte. Il termine della  delega è scaduto il 27 novembre.
  3. Società partecipate – La delega è stata attuata con il D.Lgs. 175/2016, in vigore dal 23 settembre 2016.
  4. Riordino dellenorme sul  lavoro  pubblico – Lo  schema  di  decreto attuativo  non  è  ancora  stato  presentato,  la  delega  scade  a  febbraio 2017.  La delega è stata parzialmente attuata con il D.Lgs. n. 116/2016, relativo al licenziamento breve in caso di falsa attestazione della presenza in servizio.

Rispetto ai decreti ritirati, essendo i termini per l’esercizio della delega ormai scaduti, valuterà il Governo quali azioni intraprendere, tenendo conto che è comunque necessario un nuovo veicolo normativo.

Per quanto riguarda i decreti già pubblicati ed interessati dagli effetti della sentenza (Società partecipate, licenziamenti, dirigenza sanitaria), bisogna osservare quanto testualmente dichiarato dalla Corte Costituzionale: “Le pronunce di illegittimità costituzionale, contenute in questa decisione, sono circoscritte alle disposizioni di delegazione dellaleggen.124del2015, oggetto del ricorso, e non si estendono alle relative disposizioni attuative. Nel caso di impugnazione di tali disposizioni, si dovrà accertare l’effettivalesione delle competenzeregionali, anche alla luce delle soluzioni correttive che il Governo riterrà di apprestarealfine di assicurare il rispetto delprincipio di leale collaborazione.”

Pertanto – anche se tale valutazione della Corte è piuttosto discutibile – sembrerebbe che per i decreti in questione non ci sia alcuna conseguenza immediata.

 

Prima e dopo il referendum

E’ facile dire ora che Renzi, il “suo” referendum, lo aveva già perso ben prima di andare alle urne.  Personalizzarlo, da parte sua, non è stato un errore, ma una costrizione, delle cui conseguenze è diventato sempre più consapevolestrada facendo. A livello politico non sorprende che le forze a favore della riforma siano state le stesse che sostenevano il governo Renzi: la maggioranza dei parlamentari del Partito Democratico, alcune formazioni minori come Centro Democratico, Scelta Civica e Partito Socialista Italiano (11 seggi in tutto) e il gruppo Area Popolare, composto dai parlamentari UDC e dai fuoriusciti di Forza Italia: il Nuovo Centro Destra di Alfano e il gruppo Alleanza Liberalpopolare-Autonomie che fa capo a Verdini. Sempre, ovviamente, con la benedizione dell’immarcescibile Napolitano–per il quale “meglio una riforma così che non passando per il Parlamento, dove si sarebbero intrecciati dissensi e compromessi” – e di Confindustria, col presidente Boccia che ha tradito la vocazione apartitica dell’organizzazione confidando in chissà quale nuovo miracolo italiano.

Ed è per questo negli ultimi, anche attraverso la Legge di Stabilità, ha cercato di fare contente più categorie possibili, dagli operai ai pensionati, dagli industriali alle famiglie.

Un continuo annaspare, il suo, fra arroganza e accondiscendenza, mero surrogato del bastone e della carota che ad alcuni evoca Winston Churchill, ad altri Benito Mussolini. Fate voi.

Vista la malaparata, Renzi si è perlomeno preparato a “cadere in piedi”. Il suo “saluto” alla Nazione, allo scoccare della mezzanotte del 4 dicembre, è stato colto come un segnale di dignità e di coerenza. Ma in realtà è stato solo il piedistallo sul quale montare, qualche giorno dopo, all’Assemblea PD. Ovviamente dopo aver detto a Mattarella che cosa doveva fare, per non rompere la continuità del suo governo.

Un PD che, al contrario, è suo solo in parte, perché per il resto (un buon 60%) è visibilmente spaccato, non in due ma in tanti tronconi. E Renzi, rivendicando la leadership, ha tracciato il solco: modificare la legge elettorale, fare le primarie, anticipare il congresso del partito e poi andare a votare. C’è chi dice in giugno, ma più presumibilmente ci si andrà in autunno. Così i parlamentari in carica potranno garantirsi la “meritata” pensione.

Un altro schiaffo ai grillini, che sono i più accesi nell’andare subito alle urne, infervorati anche dai sondaggi nel calcolo di media fra i 6 principali istituti), che ora li vedono di poco sopra al PD (29,7% contro 29,5%), nonostante i pesanti sviluppi del “caso Roma”. Salvini e Berlusconi, appaiati al 12,8%, la vedono in maniera opposta: votare subito per il leghista (alla stessa maniera la pensa la Meloni, FDI al 4,3%), attendere la riforma della legge elettorale per il cavaliere.

Sta di fatto che, per ora, dobbiamo accontentarci del Governo Gentiloni, o “Renziloni” come lo hanno definito sui social, che cambiando solo 6 ministri su 18 alla squadra precedente – confermatissima la “trimurti” Boschi-Madia-Poletti, ci mancherebbe altro! – sembra quasi l’ennesima presa in giro nei confronti degli italiani, ormai esausti di questa politica. Alla Camera, Movimento 5 Stelle, Lega Nord, ALA e Scelta Civica hanno disertato l’aula al momento della fiducia, mentre Fratelli d’Italia ha protestato con lo striscione “Al voto ora”.

La prima mossa del 64° Governo della Repubblica è stata il decreto “salva risparmio”, che istituisce un fondo atto a salvare gli istituti bancari in difficoltà e in particolare il Monte dei Paschi di Siena, che sarà statalizzato con il Tesoro che diventerà il suo primo azionista.

Un governo di transizione, per forza di cose, ma che non durerà pochissimo. E se c’è qualcuno che è disposto ad andare a votare subito senza nemmeno modificare la contestatissima legge elettorale – ma si dovrebbe parlare di leggi, visto che alla Camera e al Senato si vota con sistemi diversi – lo fa soltanto per un vantaggio personale, non certo per il bene dei cittadini!

Tra l’Italicum e il Consultellum – Il sistema elettorale italiano è caotico e incoerente: ci sono due leggi elettorali completamente diverse, una per la Camera e una per il Senato. Quella per la Camera è l’Italicum – che è per ora sub judice, in quanto sulla sua legittimità la Corte Costituzionale si dovrà esprimere il 24 gennaio -caratterizzata dal famoso superpremio di maggioranza per chi ottiene il 40 per cento dei consensi su base nazionale o vince un ballottaggio tra i due partiti più votati.

Durante le trattative per la sua approvazione si decise di non estenderlo al Senato, per una sorta di stand-by in vista della riforma costituzionale, e soprattutto per evitare che i premi di maggioranza regionali facessero saltare la garanzia di avere sempre una netta maggioranza in Parlamento per chi ha un voto in più degli altri.

La legge elettorale del Senato è il cosiddetto Consultellum, cioè un’evoluzione del vecchio Porcellum, la legge elettorale scritta nel 2005 dall’allora ministro Roberto Calderoli e poi modificata dalla Corte Costituzionale. Si tratta di un proporzionale quasi puro che fa l’esatto contrario dell’Italicum, ossia porta a un’altissima frammentazione del voto e rende quasi impossibile formare una maggioranza (secondo una simulazione realizzata poche settimane fa, l’unica maggioranza possibile sarebbe un’alleanza PD-M5S oppure PD-Forza Italia-Lega Nord, entrambe “fantascientifiche”).

Se votassimo domani con le due leggi elettorali in vigore, quindi, il risultato probabilmente sarebbe una Camera con una netta maggioranza del PD o del Movimento 5 Stelle (al momento i due principali partiti secondo i sondaggi) e un Senato spezzettato e non in grado di formare una maggioranza. Anche per questa ragione quasi tutti i partiti sono d’accordo, almeno a parole, nel voler adottare una nuova legge elettorale che sia più organica e che renda possibile la formazione se non di una maggioranza di coalizione “monocolore”, almeno una di larga alleanza.

Si prevede che la Corte Costituzionale eliminerà il premio di maggioranza dell’Italicum e altri aspetti importanti della legge, come la questione dei “capilista bloccati”, portando così la legge per la Camera verso un proporzionale puro che provocherebbe la sua spezzatura in 3/4 blocchi medio-grandi, senza nessuna chiara maggioranza.

Ecco allora la stretta necessità di una modifica razionale, di cui però ancora non si intravedono gli scenari. Ognuno porta l’acqua al suo mulino: come ha ben titolato il Sole24Ore qualche giorno fa, i partiti vanno in ordine sparso, in attesa del 24 gennaio.

Renzi è per il ritorno ai collegi uninominali del Mattarellum, ritenendolo l’unico sistema maggioritario che funziona in regime di bicameralismo paritario. In favore di questo sistema, tuttavia, si sono schierati solo la Lega di Salvini e i FdI di Meloni, mentre la legge che porta il nome del presidente della Repubblica è stata bocciata sia da Silvio Berlusconi che dai grillini. Il leader di FI punta a un sistema proporzionale con sbarramento al 4 o 5%, come in Germania, così da rendersi autonomo dall’alleanza con Salvini e Meloni, per la formazione di un governo di grande coalizione alla tedesca con il Pd. Il M5S, dopo la vittoria del No al referendum, ha avuto una posizione oscillante: dapprima ha proposto di andare alle elezioni con l’Italicum senza attendere la Consulta, poi ha suggerito di estendere l’Italicum così come sarà rivisitato dalla Consulta anche al Senato. E comunque per i grillini resta sul tavolo la loro proposta, il Toninellum, che sembra avere parecchi punti in comune con il renziano

Italicum. La legge elaborata dal M5S propone un sistema proporzionale, però “corretto”: mentre l’Italicum prevede collegi plurinominali piccoli che eleggono in media 3-6 deputati, il Toninellum stabilisce un misto di circoscrizioni medio-piccole e tre più grandi. Con tale sistema la soglia di sbarramento implicita è parecchio elevata (circa due cifre percentuali nella maggior parte delle circoscrizioni). A differenza dell’Italicum, che prevede soglie di sbarramento alte, il Toninellum, pur non prevedendole esplicitamente, crea un meccanismo di distribuzione dei seggi che provoca livelli molto elevati di esclusione.

 

La Legge di (s)Bilancio

A monte di tutti i discorsi in merito alla Legge di Stabilità (ora di Bilancio, dopo l’unificazione), c’è da considerare la sua lacunosità quanto a copertura finanziaria – sottolineato anche dalla Corte dei Conti – che ha portato le opposizioni ad affermare che aumenterà di 150 miliardi il debito pubblico.

Come si diceva prima, è un compendio di bonus, sgravi e rinvii (leggasi sterilizzazione dell’Iva, ad esempio) che sembra più un’elargizione su larga scala per rabbonire il popolo in vista del referendum costituzionale, che un progetto organico per il rilancio del Paese. Ad essa inoltre è venuto a mancare il riequilibrio che sarebbe stato recato dagli emendamenti già previsti, ma che sono saltati per le note vicende che ne hanno impedito la seconda lettura in Senato.

L’analisi della Legge richiederebbe una lunghissima trattazione, perciò si soffermeremo solo su alcuni punti cardine.

Si parla tanto di questo Piano Industria 4.0, come se fosse foriero di una nuova rivoluzione industriale, ma in realtà esso risponde sempre alla stessa logica, quella dell’incentivo alle imprese, che non tiene assolutamente conto della stasi della domanda. Copiare il modello tedesco (che risale al 2007, badate bene) è solo un modo per dire che “siamo grandi anche noi”, non alla pari certamente, ma con le stesse ambizioni. Alla prova dei fatti, possiamo rinnovare le tecnologie finchè vogliamo, però se la domanda interna non cresce – e non crescerà, a causa della stagnazione dei salari e dell’occupazione – e se il cuneo fiscale non diminuisce (l’impegno preso dal Governo Renzi dovrà essere assunto da quello Gentiloni) il tutto rischia di trasformarsi nell’ennesima “bolla”. Oltretutto, considerando che gran parte dello scenario industriale italiano è composto da piccole e medie imprese, la cui propensione all’investimento tecnologico è, per evidenti motivi, tutt’altro che è elevata, prevale la sensazione che, nella migliore delle ipotesi, questo Piano possa dare una temporanea spinta ai settori ricerca&sviluppo delle aziende maggiori, aumentandone (teoricamente) le chances di entratura sui mercati internazionali. Pertanto, se qualche posto in più si potrebbe creare per il personale (super)specializzato, mentre per gli operai comuni la solfa rimane la stessa.

Sul fronte pensionistico, la novità del cumulo gratuito dei periodi assicurativi in tutte le forme di previdenza obbligatoria, che permette l’accesso alla pensione anticipata a chi ha avuto una carriera lavorativa discontinua,sarebbe da cogliere positivamente se avesse coinvolto anche gli esodati, ma così non è stato.

Assistiamo inoltre alla nascita dell’Ape, Anticipo Pensionistico, per cui dal 2017 i lavoratori dipendenti (anche del pubblico impiego), autonomi e parasubordinati che hanno raggiunto almeno i 63 anni di età potranno andare in anticipo in pensione, a condizione di avere almeno 20 anni di contributi e una pensione non inferiore a circa 700 euro al mese.

L’operazione sarà attuata con prestiti da parte di banche e assicurazioni erogati attraverso l’Inps, che dovranno poi essere restituiti con rate di ammortamento costanti una volta conseguita la pensione, per i successivi venti anni, con i relativi interessi. Il prestito sarà esente dal prelievo fiscale e potrà avere una durata minima di sei mesi ed una durata massima di 3 anni e 7 mesi.

Accanto all’APE volontario è stato introdotto l’Ape Agevolato, un trattamento assistenziale il cui valore sarà anch’esso rapportato alla pensione maturata dal lavoratore al momento della richiesta, ma entro un ammontare non superiore a 1.500 euro lordi mensili. A differenza dell’APE volontario quello sociale sarà un sussidio di accompagnamento alla pensione pagato interamente dallo Stato e non dalle banche: pertanto sarà esclusa qualsiasi decurtazione sulla pensione finale. Resterà comunque ferma la facoltà per il lavoratore di richiedere una cifra maggiore ove la pensione maturata al momento dell’accesso allo strumento risulti superiore ai 1.500 euro lordi al mese attraverso il normale meccanismo dell’APE volontario.

In sostanza, il lavoratore, per poter accedere alla pensione anticipata – diritto negato dalla Fornero a quelli che si sono visti innalzare all’improvviso la soglia pensionabile –  finisce col mettersi nelle mani delle banche, sia pur tramite l’Inps, contraendo un prestito comunque oneroso e a lunga scadenza: solo chi avrà la fortuna di arrivare ad 83 anni potrà finalmente usufruire della pensione per intero. L’APE sociale, poi, sarà accessibile solo d parte di alcune categorie di lavoratori, quelle che, in base a studi non meglio specificati, sono sottoposte maggiormente a stress e rischi da lavoro.

Quanto al pacchetto lavoro, abbiamo soltanto una serie di bonus: per l’assunzione di giovani del Sud Italia; per l’assunzione con contratti di lavoro dipendente a tempo indeterminato di giovani che abbiano svolto presso il medesimo datore di lavoro attività di alternanza scuola-lavoro o periodi di apprendistato; per l’assunzione di persone con ridotta capacità lavorativa dimostrata. Poca roba, a dir la verità, che costituisce niente più che un palliativo ad una situazione incancrenita, che richiederebbe ben altre politiche per essere, se non risolta, curata alla radice.

Come postilla al discorso c’è da dire che, fortunatamente, il nuovo Governo nel Milleproroghe ha recepito alcune delle modifiche che si sarebbero dovute introdurre nella legge di Bilancio, con il salvataggio, temporaneo, dei 40mila precari della PA che per effetto del Jobs Act si sarebbero trovati per strada a partire dal 1° gennaio, e l’allungamento di circa 2 mila contratti a tempo determinato a tutto il prossimo anno; sempre di un anno è stata estesa la validità delle graduatorie dei concorsi pubblici (4.471 vincitori e 151.378 idonei).

Dovremmo poi parlare della presa in giro dell’abolizione di Equitalia, che in realtà resta con altro nome e sarà ancora più invasiva; dell’aumento degli obblighi fiscali, e delle relative sanzioni, per commercialisti, iberi professionisti e titolari di partita Iva; del rinvio (e non dell’annullamento come promesso da Renzi) delle clausole di salvaguardia; della manovra “acchiappa ricchi”, alla quale non corrisponde una pari manovra contro la povertà; dei vari sgravi e contributi a pioggia a chi, a tempo debito, aveva appoggiato il SI al referendum (agricoltori, bancari e industriali innanzitutto). Il tutto si commenta da solo, senza necessità di ulteriori commenti.

 

Le malinconie della politica sindacale

Cos’è il sindacato oggi? Chiederselo non fa mai male, per quanto si rischi di dire cosa già dette e ridette. Per molti è un retaggio del passato, roba da Prima Repubblica, legato a un vecchio modello di lavoro e a prassi che ingabbiano le politiche di “sviluppo” economico del governo. Vecchio è considerato anche il loro linguaggio, il loro modo di rapportarsi al sociale, la loro struttura organizzativa.

Tant’è vero che Renzi, quando ancora era conosciuto soltanto come il Rottamatore, dichiarò apertamente che al rottamaio dovevano finirci pure queste organizzazioni.

Ma non si può fare di tutta l’erba un fascio. Se per Sindacato si sottintende sempre e comunque la Triplice, allora c’è molto di vero, per non dire tutto. Di contro, c’è il fatto che questa “identità” penalizza tutto il resto del mondo sindacale, quello autonomo per intenderci, la cui voce è ignorata dai media – che sono tutti lottizzati e quindi non interessati alle nostre argomentazioni – dai politici e dall’opinione pubblica.

E’ pur vero, come dicono autorevoli opinionisti, che nella realtà odierna è difficile compensare l’azione protesa alla salvaguardia dei diritti dei lavoratori – tra i quali, per altro, è ormai forte la dicotomia fra quelli a tempo indeterminato pre e post riforma Renzi, fra i precari e i contrattisti a termine – con quella di favorire il ricambio generazionale e l’ingresso sul mercato del lavoro delle nuove generazioni.

D’altra parte se sono i lavoratori in primis a prendere le distanze dai Sindacati il malessere è forte, e in buona parte ci sono responsabilità dirette delle sigle. Negli ultimi anni, secondo uno studio della Demoskopika, Cgil, Cisl e Uil, hanno avuto un calo di 300 mila iscritti, con uno su due residente al Sud. A livello regionale, le perdite maggiori sono state subite in Campania, mentre l’Emilia rimane la roccaforte.

E la perdita della Triplice è costante negli anni: nel 2013 i tesserati erano 11,8 milioni, nel 2014 11,7 milioni e nel 2015 11,5 milioni. E’ la Cgil, in valore assoluto, ad aver subito il maggiore decremento: meno 157 mila iscritti, segue la Cisl con meno 124 mila, mentre la Uil ha perso “solo” 3 mila iscritti.

Ora, una qualche incidenza può averla avuta la crisi economica che, stando alle rilevazioni di Vita.it, ha causato la perdita del posto per circa 567.000 lavoratori dipendenti, e nel 2013 ha determinato perquasi 13 milioni di persone la riduzione di stipendio, di orario di lavoro, oppure un cambiamento nella natura del loro contratto.

Ai sindacati confederali è certamente mancata la capacità, da un lato, di tamponare l’emorragia, e dall’altro di dare risposte attendibili al nuovo esercito di precari che è venuto a formarsi. Colpa del vecchiume che c’è al loro interno, della macchinosità delle loro strutture organizzative, dei loro rigidi schematismi mentali.

Ebbene, come si diceva in precedenza, l’avvento di Renzi ha reso la loro vita ancora più difficile. L’ex-boyscout di Rignano sull’Arno li ha sin dall’inizio trattati con alterigia e atteggiamento di sfida, proseguendo poi per la strada del “faso tuto mi”, senza più trattative né concertazioni.

Però, ha detto bene qualcuno: sono finiti gli autunni caldi di una volta! Cosa hanno fatto i Sindacati della triplice per reagire a questo accantonamento? Forse, il non avere più referenti politici certi gli ha fatto perdere la bussola. Al loro interno, si sono presi muso a muso arrivando sull’orlo della spaccatura; il caso più eclatante è stato il conflitto fra la Camusso e Landini, leader della Fiom, che per certi versi si è riverberato in sede di dibattito referendario. E all’esterno sono apparsi flaccidi, privi di mordente, quasi rassegnati a vivere nel limbo. Ma c’ anche di peggio, a guardare bene: senza andare troppo indietro nel tempo, cioè allo scorso settembre, la Camusso dapprima firma un verbale condiviso nel quale il Governo aveva dato le proprie indicazioni sugli interventi in campo pensionistico; poi, a legge di Bilancio conclusa, la CIGL se ne esce con un documento in cui si dice che l’APE è tutta sbagliata. Un po’ di coerenza, per favore!

Potremmo andare a vanti a lungo nel mettere le dita (una non basta) nelle piaghe (tante), ma qui non stiamo scrivendo un libro di storia, e perciò ci limitiamo a dei semplici appunti: i contratti dei pubblico impiego e molti del settore privato sono da anni senza rinnovo; ai tempi della Fornero, e poi del Jobs Act, della Buona Scuola, della Legge Delrio sugli enti locali, non ci sembra di aver assistito a chissà quali rivolte di piazza.

E cosa dire del referendum costituzionale? La CISL è andata addirittura a braccetto con la Confindustria dicendo SI; la UIL ha fatto di peggio, optando per il “ponziopilatismo”: “Come UIL ribadiamo la nostra scelta strategica di dare piena libertà di voto ai nostri associati riconoscendo ad entrambe le posizioni piena legittimità e considerazione. La Uil è laica anche in questo e, lasciando ai propri iscritti una assoluta libertà di scelta, ha preferito astenersi anche dal dare indicazioni.” La CGIL, quando proprio non ha potuto più farne a meno, ha detto NO ma senza dare il via ad alcun tipo di mobilitazione.

Un applauso a tutti! E’ questo il modo di difendere i valori democratici e i diritti dei lavoratori?

L’ultimo tristissimo atto della Triplice nell’anno 2016 stato quello di accettare l’accordo proposto da Renzi qualche giorno prima del voto referendario (30 novembre) per il rinnovo del contratto del pubblico impiego. Un’attesa che dura da 7 anni, passati tra l’indifferenza e i rinvii imposti dai governi che si sono succeduti, non può finire con una elemosina da 85 euro, che va sull’onda dell’obolo da 80 riconosciuto ai metalmeccanici.

Una vera e propria presa per il naso che gente esperta come i segretari dei Confederali non poteva e non doveva assolutamente subire. Tanto per cominciare, il cosiddetto aumento, che non copre nemmeno l’inflazione patita in questi anni e non scatterebbe prima di dicembre 2017, è solo uno specchietto per le allodole. Poi, come abbiamo ampiamente sottolineato, la quota di 85 euro non sarebbe applicata uniformemente a tutti i lavoratori, ma è da considerarsi “media”, aiutando così i redditi genericamente più bassi invece di agevolare espressamente quelli minimi.

Da parte nostra, avevamo dato mandato da tempo alla nostra Confederazione di portare avanti una trattativa concreta, seria e credibile, che rifiuti palliativi di qualsiasi genere e si orienti invece verso un rinnovo contrattuale che possa dare benefici reali ed incondizionati ai lavoratori e alle lavoratrici, nonché alle loro famiglie. Tanto che nell’incontro tenutosi il giorno successivo delle nostre Delegazioni abbiamo assunto una posizione chiara, di totale rigetto della proposta del Governo.

 

La questione enti e funzioni locali

Appena terminata la vicenda referendaria, sono riaffiorate le legittime rimostranze delle Province, che la Delrio aveva soppresso, in ragione di un ben poco significativo risparmio sulla spesa pubblica, che ha avuto come unici effetti quelli di creare caos nei territori e di mettere in predicato le carriere di migliaia di dipendenti.

Ora, con la conferma dell’attuale assetto istituzionale del titolo V, le Province sono, a tutti gli effetti, elementi costitutivi e necessari della Repubblica, con pari dignità rispetto alle altre istituzioni e con tutte le prerogative previste dagli articoli 114, 117, 118 e 119 della Costituzione. Ciò dovrebbe comportare essenzialmente due cose: primo, ripristinare il trasferimento delle risorse finanziarie alle Province – che dopo la Delrio sono stati impropriamente destinati alle Regioni – al fine di garantire l’erogazione dei servizi essenziali; secondo, abrogare la stessa Legge Delrio, che col voto referendario è diventata automaticamente anticostituzionale.

La Legge 56/2014 ha compiuto un vero e proprio abuso, anticipando di ben due anni una ristrutturazione degli enti province, la disciplina delle città metropolitane e delle unioni e fusioni di Comuni, la cui legittimità era strettamente legata alla definitiva approvazione della riforma costituzionale. Come dire, prima si fanno le regole di attuazione e poi si fa la legge che le autorizza!! Il tutto, con il benestare, per così dire, della Corte Costituzionale, che nella sentenza 50/2015 ha dichiarato non fondate le questioni di costituzionalità sollevate dalle 4 Regioni ricorrenti (Veneto, Campania, Puglia e Lombardia).

Intanto, tutte le amministrazioni provinciali brancolano nel buio più totale. Come ha scritto il presidente UPI Vairati nella lettera indirizzata al Presidente Mattarella: “se non si individuerà un provvedimento straordinario attraverso cui risolvere tali questioni, nessuna Provincia sarà in grado di predisporre i bilanci per il 2017 con la conseguente interruzione dell’erogazione dei servizi essenziali ai cittadini”. Non una minaccia, ma una amara realtà.

Vairati, in sintonia col presidente dell’ANCI Antonio Decaro, ha evidenziato la necessità che il Governo emani un decreto legge per risolvere i problemi aperti negli enti di area vasta a garanzia dei servizi essenziali erogati, a partire dall’eliminazione dei tagli previsti per il 2017 su Province e Città Metropolitane, dall’assegnazione alle Province di risorse per la manutenzione ordinaria e straordinaria delle scuole superiori e delle strade provinciali”. E su questo non si può muovere alcuna obiezione. Bisogna però pensare, e immediatamente, alla sorte dei dipendenti delle Province, che molto faticosamente e non tutti hanno trovato una molto tardiva riallocazione nelle Regioni e nei Comuni.

Pertanto, come approfondiremo nella sezione successiva, FIADEL e CSA sono giunti alla determinazione di ricorrere alla Corte Costituzionale per far dichiarare l’incostituzionalità della Legge Delrio e a tal fine ha avviato una raccolta di firme tra i lavoratori, per coinvolgerli nella grande sfida che il Sindacato sta lanciando alla politica, che in questi ultimi anni non ha fatto altro che strangolare il lavoro pubblico e sminuire il ruolo degli enti locali.

 

QUESTIONI SINDACALI INTERNE

 

Nel portare avanti il mandato ricevuto dal Congresso Nazionale, la Segreteria Generale ha innanzitutto lavorato sulla campagna per il NO alla riforma costituzionale che, è sempre bene rivendicarlo, ha visto il nostro Sindacato non solo schierarsi per primo, ma anche l’unico ad aver posto l’attenzione sulle conseguenze che detta riforma avrebbe avuto sui lavoratori, pubblici e privati, delle Funzioni Locali.

Di assoluto rilievo è stato l’opera del prof. Nicola Coco, responsabile dell’Ufficio Legislativo, che con la sua Guida Ragionata ha aperto gli occhi a tutti, sottolineando come detta riforma giungesse a compendio di una politica volta a privare i lavoratori dei loro sacrosanti diritti, conquistati faticosamente in decenni di battaglie sindacali, per poi decimarli con licenziamenti in massa, e le Regioni delle loro prerogative essenziali, così da farle diventare delle scatole vuote, totalmente asservite alle logiche di sistema.

Concetti che abbiamo ribadito con la massima forza nel Convegno di Napoli del 7 novembre, alla presenza del Sindaco De Magistris, del Vicesindaco Del Giudice e di svariati dirigenti comunali. Una sala gremita oltre i limiti della capienza, con lavoratori e lavoratrici provenienti da ogni parte d’Italia per alzare la voce del dissenso contro le soluzioni, come quelle già prefiguratesi, che creino disomogeneità fra le varie categorie di lavoratori, privandoli delle garanzie basilari, e per invocare una chiara definizione delle azioni che gli Enti dovranno mettere in atto per mantenerne lo stato occupazionale, nonché per manifestare il proprio appoggio alla politica sana, che salvaguarda la dignità dei lavoratori.

La schiacciante vittoria del NO è anche merito nostro! E per questo torno nuovamente a ringraziare tutti i lavoratori e lavoratrici che si sono recati alle urne convinti della bontà delle nostre affermazioni.

Ora che la Costituzione è salva, bisognerà, come ho già accennato, proseguire la battaglia sulle tante questioni ancora sul tappeto, a cominciare dalla cancellazione di tutte quelle leggi che, in contrasto coi più basilari principi del buon governo democratico, cercavano di perseguire non il bene della nazione, ma di alcune caste privilegiate, che poi altro non sono che quelle che hanno appoggiato il Governo Renzi in questi tre anni orribili.

Ho più volte affermato in questi mesi, e lo ribadisco ora, che la più grande amarezza mi è data però dal fatto di essere rimasti soli, come Organizzazione Sindacale, nell’opposizione alle logiche di regime e nel rifiutare di scendere a compromessi.

In questa relazione ho già diffusamente trattato la questione sindacale, perciò ritengo non sia necessario aggiungere altro. Vi è, comunque, una considerazione finale da fare. È nella nostra Autonomia, assoluta e incondizionabile, che troviamo la forza per contrastare i giganti che ci vogliono calpestare. Siamo “piccoli”, in termini di numeri, ma siamo grandissimi nella tenacia e nella voglia di fare. E’ questo il riscontro più bello del 2016 e me lo hanno confermato in tanti, dalle Segreterie Provinciali e Regionali ai Dipartimenti, dagli organismi di vertice alle rappresentanze di base. Siamo eterogenei, ma tutti uniti nel dire NO ai soprusi, NO al totalitarismo, NO alle umiliazioni che tentano di infliggerci!

Ora, dobbiamo innanzitutto affrontare la questione contrattuale delle Funzioni Locali, per la quale abbiamo chiesto l’immediata apertura di un tavolo presso l’ARAN, affinchè si arrivi, nel più breve tempo possibile alla equiparazione dei dipendenti delle Funzioni Locali coi dipendenti pubblici.

Poi, come ben sapete, andremo fino in fondo per far dichiarare anticostituzionali il Jobs Act, la Legge DelRio e magari anche la Legge Fornero, e per dare la spallata definitiva alla riforma Madia, ormai alla deriva per le vicende che abbiamo sopra illustrato.

Inoltre, abbiamo incaricato l’Ufficio Legislativo di valutare le modalità di opposizione a quanto è già stato realizzato riguardo lo smantellamento delle Province, delle Camere di Commercio e di tutto quanto entra in palese contrasto con la Costituzione dopo la solenne bocciatura della riforma da parte nostra e del popolo.

In sostanza, siamo chiamati ad una azione che va ben oltre la rivendicazione sindacale a tutela dei lavoratori e delle lavoratrici, per dare loro certezze, tranquillità e dignità. Il fronte di opposizione non basta, da solo, a garantirci un futuro migliore. Ciò che dobbiamo fare è ricondurre l’azione della politica sui binari della giusta correttezza e dell’applicazione delle norme della Costituzione.

Proprio per questo, ho già lanciato l’idea di costituire un vero e proprio movimento politico, che non si sovrapponga al sindacato bensì lo affianchi per raggiungere l’obiettivo appena indicato.

Questo sarà uno dei temi centrali della prossima Assemblea Nazionale, anche perché per noi è assolutamente basilare il confronto con la base, che per noi non è, e non è mai stato, un rapporto unilaterale dove gli astanti si trovano soltanto a prendere atto di decisioni già prese “dall’alto”. Al contrario, gli appuntamenti assembleari sono l’espressione più alta della democrazia partecipativa, dove l’importanza e la bontà delle idee non si misura in base ai ruoli ricoperti da chi le esprime.

FIADEL e CSA devono il loro successo anche al fatto di aver dato vita ad un nuovo modello sindacale, snello e partecipativo, dove si affrontano insieme ai lavoratori le tematiche relative alle specifiche professionalità, attraverso i Dipartimenti, che sono stati tutti costituiti ad eccezione del Dipartimento Sanità: un vuoto che sarà colmato molto presto, così da consentire ai nostri iscritti di poter usufruire di una serie di servizi che altre organizzazioni storiche già forniscono da tempo.

Un Dna, il nostro, che non abbiamo ereditato da nessuno, ma che ci siamo costruiti anno dopo anno, attraverso le esperienze, i dibattiti, le manifestazioni e gli scioperi. Questo siamo noi, quelli che vogliono fare la storia, nessuno escluso!

 

Il lavoro dei Dipartimenti

Dopo la riunione del Dipartimento Tecnici tenutasi nel mese di maggio, dove sono state delineate le problematiche di categoria sulle quali intervenire, anche grazie al lavoro svolto dagli ex-Antel, nella parte finale dell’anno, abbiamo proseguito il ciclo delle riunioni dei Dipartimenti, da quelli già in essere a quelli di nuova costituzione, nell’intento di far seguire ogni area di interesse della nostra organizzazione da gruppi omogenei di persone, che si assumano l’impegno di raccordarsi coi lavoratori per verificare la posizione che la nostra Organizzazione Sindacale andrà ad assumere nel momento in cui si aprirà la discussione sul rinnovo del contratto degli enti locali (ora Funzioni Locali).

Dobbiamo quindi predisporre una piattaforma quanto più completa possibile e soprattutto vicina alle problematiche reali dei lavoratori stessi. Nel contempo, tale piattaforma dovrà avere sostenibilità dal punto di vista economico e piena attendibilità sul piano giuridico. Perciò, una volta che essa sarà stata predisposta, verrà sottoposta al vaglio dell’Ufficio Legislativo, per poi essere portata all’approvazione del Consiglio Nazionale. Tutto ciò farà da volano alle assemblee e alle manifestazioni che andremo a indire su tutto il territorio nazionale.

Dipartimento Polizia Locale – In promo luogo vorrei rivolgere un plauso all’ottimo lavoro svolto dal presidente Ospol Luigi Marucci e ai nostri dirigenti, che con tenacia stanno portando avanti da tanti anni una battaglia che nessun altro vuole sostenere, per far si che venga al più presto emanata  una nuova legge che permetta al comparto di godere della tutela e della dignità riconosciuta alle Forze di Polizia. Le manifestazioni e gli scioperi che abbiamo indetto nei mesi scorsi sono stati il passaggio fondamentale per il rilancio delle nostre rivendicazioni, le quali dovranno sfociare in tempi brevi in una proposta di legge coerente, condivisa e con concrete possibilità di giungere in porto.

In nuovo Ministro degli Interni Minniti ha rilanciato l’idea di coinvolgere la Polizia Locale in quella azione di “prevenzione collaborativa” mirata innanzitutto a combattere gli attentati terroristici, sotto la direzione di questori e prefetti, che è certamente apprezzabile in linea di principio, ma attualmente si scontra con lo status contrattuale della Polizia Locale, che in assenza di determinate tutele la vede relegata al rango di “sottocategoria” – del tutto atipica e decisamente impropria – del comparto della Pubblica Sicurezza, senza per altro poter usufruire di una formazione adeguata per svolgere le mansioni inerenti.

Nel frattempo, considerato che il comparto rientra nelle Funzioni Locali, bisognerà lavorare in funzione dei relativi rinnovi contrattuali, e il Dipartimento dovrò attivarsi nell’immediato per sviluppare una proposta che – in attesa dell’arrivo di una legge specifica – permetta di sviluppare dei contratti a parte per la Polizia Locale.

Dipartimento Camere di Commercio – Verso la fine del mese di settembre, i Capi Dipartimento Camere di Commercio CSA, Alessandro Tassi e Lucia Grasso, sono intervenuti in audizione presso le Commissioni X (Attività Produttive) di Camera e Senato, per l’esame dello “Schema di decreto legislativo di riordino delle Camere di Commercio, industria, artigianato e agricoltura”.

In entrambe le sedi, i nostri dirigenti hanno esposto i vari punti di criticità del decreto in oggetto, a partire dalle questioni che riguardano la salvaguardia dei livelli occupazionali dei lavoratori del Sistema camerale, il taglio delle funzioni e delle risorse e il dimezzamento delle Camere di Commercio.

In chiusura, Tassi e Grasso hanno esposto alle Commissioni alcune proposte emendative al decreto stesso.

Dipartimento Regioni/Province – Tale Dipartimento è sicuramente uno dei più importanti fra quelli costituiti nell’ambito del CSA, anche alla luce delle criticità che gli enti locali stanno vivendo in questa fase.

In coerenza con l’obiettivo più volte annunciato e poi rilanciato con forza dopo il voto referendario, di rimettere al centro la “vera” Costituzione, in tutti i suoi aspetti, è stato dato mandato al prof.Nicola Coco, responsabile dell’Ufficio Legislativo, di redigere un piano di intervento che contempla la possibilità di ricorrere alla Corte Costituzionale per far dichiarare l’incostituzionalità della Legge 7 aprile 2014, n.56 (Disposizioni sulle città metropolitane, sulle province, sulle unioni e fusioni di comuni), altrimenti nota come Legge Delrio, che è affetta da gravi vizi di violazione di principi e regole fondamentali per l’ordinamento italiano.

Il Dipartimento si è quindi attivato per vagliare l’attendibilità del progetto attraverso una raccolta di firme fra i lavoratori, che permetterà anche di verificare ciò che essi vogliono realmente e di coinvolgerli come protagonisti attivi della grande sfida che stiamo lanciando alla politica.

Per quanto riguarda l’organizzazione del Dipartimento, il ruolo di Coordinatore è stato assegnato ad Angelo Rossi, che rappresenta un Ente Regione, la Lombardia, che ha una rilevanza significativa nel nostro Sindacato. Inoltre, è stato deciso che ogni Ente Regione e Provincia dovranno fornire un nominativo per comporre una squadra forte, trasparente capace di fare rete e di farsi conoscere, innanzitutto attraverso un costante flusso informativo.

Il Dipartimento è stato incaricato di predisporre il documento definitivo da presentare in Consiglio Nazionale, che dovrà essere pronto entro i primi di gennaio, per avviare immediatamente la consultazione fra i lavoratori

Dipartimento Scuola – Il Dipartimento Scuola sta ponendo le basi di un programma volto al sostegno delle istanze contrattuali ormai da tempo avanzate dagli/dalle insegnanti, dagli/dalle educatori/ici e dalle altre figure professionali del comparto, dipendenti dalle amministrazioni comunali.

La necessità di addivenire ad un progetto concreto, con proposte fattibili, da portare all’attenzione delle istituzioni e di tutti i lavoratori interessati, deve essere soddisfatta con la massima tempestività, anche perché si è deciso di organizzare un convegno – da tenersi al massimo entro i primi 15 di febbraio – in cui discutere con la base la proposta elaborata dal Dipartimento, per raccogliere eventuali osservazioni e ulteriori suggerimenti.

E’ stato dato mandato alla responsabile del Dipartimento, Catia Mineo, di svolgere uno screening sulla realtà di riferimento, ovvero individuare con una certa precisione il numero delle maestre e dei maestri in Italia e il numero delle scuole inserite nel sistema Enti Locali, in quanto la discussione sul contratto presuppone una proposta economica che deve essere ovviamente tarata sul numero dei beneficiari.

L’indicazione di Segretario Generale Francesco Garofalo, condivisa da tutti i componenti il Dipartimento Scuola, è quella di perseguire un duplice obiettivo, il secondo dei quali è subordinato al primo. Il traguardo più alto, anche se ragionevolmente difficile da raggiungere, è quello di far istituire un Comparto Scuola a sé stante, con una legge appropriata.

In alternativa, si dovrà cercare di fare la differenza all’interno del Contratto Nazionale, che di per sé è un grande contenitore entro il quale ci possono essere degli spazi di manovra.

In definitiva il contratto nazionale dovrebbe recuperare tutto ciò che non è stato fatto, o non si è voluto fare, in 15 anni, cioè individuare specifiche categorie di lavoratori al suo interno, che però non dovrebbero essere più di 2, tentando di allinearle con le esigenze della scuola e del comparto stesso.

In definitiva, la piattaforma programmatica poggerà sui seguenti punti base:

  • Il riconoscimento della specificità professionale (quindi, del Comparto in quanto tale) di insegnati, educatori, ecc.
  • Il riconoscimento economico e giuridico di quanto già assegnato alle omologhe figure statali.
  • La previsione di tutele, attualmente non previste, riguardo lo stress correlato (burn-out)
  • La possibilità, per le figure professionali di nostro interesse,di accedere all’istituto del “Mutamento delle mansioni”;
  • Evitare le sperequazioni generate dalle progressioni economiche orizzontali.

Dipartimento Welfare e Assistenza Sociale – Dipartimento Pari Opportunità e Politiche di Genere

Ad una attenta analisi del ruolo e degli obiettivi del Dipartimento, è stato rilevato che un Dipartimento degli Assistenti Sociali e delle Pari Opportunità rischia di essere dispersivo, per la sua eterogeneità, e che quest’ultima materia, in realtà, interessa trasversalmente tutti i settori.

Pertanto, è stato deciso di creare due distinti Dipartimenti: Welfare e Assistenza Sociale; Pari Opportunità e Politiche di Genere.

Per la fase iniziale dei lavori, nell’ambito del Dipartimento Welfare si individueranno tre responsabili d’area (Nord, Centro, Sud), i quali, raccordandosi fra loro e confrontandosi con le altre persone che hanno dato la propria disponibilità, si concentreranno in primo luogo sulla predisposizione di una relazione tecnica illustrativa delle problematiche da affrontare, come espressamente richiesto dal Segretario Generale. Il Dipartimento Pari Opportunità e Politiche di Genere ha designato una Coordinatrice unica, Maria Giangualano, la quale avrà innanzitutto il compito di costruire una rete con i responsabili designati in ogni Regione. Sarà cura della stessa Coordinatrice recuperare il materiale elaborato tempo addietro e sottoporlo ai componenti del Dipartimento, per verificare cosa è recuperabile in funzione della piattaforma.

Per quanto concerne i contenuti, l’obiettivo comune è quello di arrivare al riconoscimento delle singole professionalità, attesa la quasi impossibilità di uscire dall’alveo del contratto collettivo nazionale, e di far sì che nell’accordo decentrato vengano inserite delle garanzie per il personale con una certa anzianità. Altro problema comune è il fatto di dover svolgere mansioni amministrative non contemplate dal contratto.Non meno rilevanti sono temi quali l’incastro fra pari opportunità e benessere organizzativo, l’idoneità dei posti di lavoro, il sostegno delle politiche di turnover.

In questo contesto, ovviamente, non si possono trascurare le grandi differenze che vi sono fra le varie municipalità, ma piuttosto che puntare su di esse è preferibile partire dal contratto per poi cercare di polarizzarle.

Pertanto, bisogna mantenere un dialogo costante con la base e con i Comuni, perché in tal modo sarà possibile individuare quelle realtà che risultano essere più avanzate in termini di regolamenti, per poi cercare di far adottare le medesime regole da parte delle altre amministrazioni.

L’obiettivo ultimo di individuare i punti salienti della riforma che vorremmo mettere in atto è strettamente connesso a quello di ipotizzare uno schema di contratto tipo decentrato. In questo, però, dobbiamo tener presente l’anomalia per cui il contratto nazionale, oltre a non aver mai normato alcuni aspetti molto rilevanti è ancora legato alla pianta organica, mentre la riforma dei comparti, introducendo le Funzioni Locali, ha dato vita ad un regime assolutamente incompatibile col contratto stesso. Tant’è vero che decadendo la pianta organica si vengono a creare degli esuberi che possono provocare la messa in mobilità dei dipendenti.

I contratti FISE/Assoambiente e Utilitalia

Dopo una estenuante trattativa che ci ha visto impegnati nei mesi scorsi con numerosi scioperi, il 6 dicembre si è giunti finalmente alla firma definitiva dell’accordo nazionale di rinnovo del CCNL FiseAssoambiente e società esercenti servizi ambientali.

L’accordo, valido per tre anni a partire dal 1° luglio 2016 al 30 giugno 2019, soddisfa le richieste dei lavoratori e delle lavoratrici dell’Igiene Ambientale pubblico e privato, introducendo la clausola sociale che supera le inique disposizioni del Jobs Act, per le quali i lavoratori erano a rischio di licenziamento individuale nei casi di cambio di appalto, migliorando così notevolmente l’aspetto economico.

Infatti, siamo riusciti ad ottenere un aumento di 120 euro complessivi, a cui si aggiunge l’una tantum per la vacanza contrattuale di circa 400 euro, che supera nettamente le cifre recentemente riconosciute ai metalmeccanici ed ai dipendenti pubblici.

Inoltre, il nuovo contratto prevede tutta una serie di tutele, quali la previdenza complementare generalizzata, l’assistenza sanitaria integrativa, il fondo di solidarietà per incentivare i prepensionamenti dei lavoratori dichiarati inidonei.

Insomma, siamo riusciti a strappare un accordo “epocale”, rispetto ala fase di crisi che stiamo vivendo, che migliora nettamente sia le condizioni di lavoro dei nostri operatori, sia i servizi resi alla cittadinanza.

Ora, con l’avvenuta bocciatura della riforma costituzionale, auspichiamo che lo spettro del Jobs Act venga eliminato definitivamente, a vantaggio di tutto il mondo dell’impiego pubblico e privato. E la nostra Federazione, tramite il proprio Ufficio Legislativo, sta già provvedendo a perseguire tale obiettivo.

Sul tappeto restano però altre questioni di vitale importanza, a cominciare dalla discussione e alla definizione del contratto Ulilitalia. Inoltre, dovremo organizzare i nostri territori su modelli che ci consentano di essere incisivi nelle politiche che si stanno inserendo nel settore servizi (Multiutility, energia, Iren, ecc.) e quindi di essere presenti su tutti i tavoli di trattativa.

Questa è un’altra delle grandi sfide che andremo ad affrontare nel corso del 2017.